Il prof. Andrea Gaggioli, docente del corso di Psicologia e nuove Tecnologie della Comunicazione presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, illustra a CloudPeople la sperimentazione sul campo della Tecnologia Positiva e gli scenari previsti.
Di seguito l’ultima parte dell’intervista.
Quale scenario futuro si prevede per la tecnologia positiva?
Per quanto riguarda gli sviluppi futuri, credo a livello mondiale ci siano molte altre iniziative degne di nota che vanno in questa direzione.
In particolare verso modelli più personalizzati della salute (e in particolare del benessere mentale) e degli interventi veicolati dalle tecnologie mobili che possano consentire un salto quantico nel monitoraggio della salute e nella promozione del benessere.
Se avessimo delle tecnologie che consentono di misurare i nostri comportamenti, le nostre attività quotidiane, i contesti in cui operiamo, facendolo in modo quantitativo, cioè utilizzando dei numeri, se avessimo la capacità di creare dei modelli avanzati in base a questi numeri, potremmo anche capire quali sono le deviazioni rispetto a quelle che possiamo considerare soglie personali di salute, e in base a queste deviazioni intervenire.
Cito il caso dell’AGLI, una compagnia che sviluppa dei sensori wireless ambientali per gli anziani: questi sensori, impiantati in casa di una persona, monitorano in modo totalmente non invasivo le attività quotidiane dell’anziano e costruiscono un modello; quando ci sono delle deviazioni rispetto al modello vengono avvertiti i familiari. Naturalmente l’anziano deve dare l’autorizzazione a questo servizio, però se pensiamo a quanti anziani purtroppo soffrono la solitudine e la mancanza di cure, questo rappresenta per la loro qualità della vita un enorme salto in avanti.
Dal mio punto di vista quindi queste soluzioni diverranno sempre più presenti, ma allo stesso tempo sempre meno evidenti, nel senso che esisteranno all’interno degli oggetti che ci circondano, che ci osservano senza dircelo e si preoccupano di noi senza che lo sappiamo. Si riapre la questione fondamentale del chi e cosa monitora l’accesso a questi dati, e questa è una questione trasversale a tutte le nuove tecnologie che non si può affrontare con la ricerca, bensì con una policy appropriata e soprattutto governata da principi universali.
Questi problemi infatti non riguardano solo l’Italia ma rivestono carattere mondiale. Il tema è importante ma esula dalla tecnologia positiva e riguarda tutti gli ambiti.
Per riassumere, abbiamo dei sensori che diventano sempre più pervasivi, degli oggetti che diventano sempre più intelligenti, abbiamo degli assistenti virtuali mobili, gli smartphone e suoi derivati, che diventano sempre di più dei centri di assistenza personali iperconnessi e ipergadgettizzati dal punto di vista dei gadget che si possono aggiungere, dal lettore del glucosio al lettore della pressione al braccialetto che misura il battito cardiaco, che fa da collettore di dati ma anche da fornitore di feedback.
Il cellulare fa da centrale di trasmissione di questi dati ma anche da responso; qui entriamo nel tema della mobile health e quindi della salute mobile, la frontiera emergente della telemedicina e della e-health, che riguarda un aspetto molto più vasto della tecnologia positiva, in cui la tecnologia positiva si inserisce per tutti quei servizi e applicazioni che riguardano soprattutto il benessere mentale.
Pensiamo anche ai recenti microsensori posizionati all’interno di una pillola che comunicano le informazioni anche al medico curante …
Anche in questo caso il processo è sempre quello del loop chiuso, cioè io ho una tecnologia che mi consente di effettuare un dato monitoraggio, questo dato viene fornito a chi lo sa interpretare, e chi lo sa interpretare mi fornisce un feedback che modifica il mio comportamento. Il ciclo è sempre quello, anche se il contenuto può variare, ma l’idea è sempre quella di utilizzare il terminale e i sensori come proxy della mia salute e permettere quindi al dottore, al terapista, al professionista x di intervenire quando e dove serve.
Quindi l’idea di centralizzare la salute in ospedali e in ambulatori progressivamente diventerà obsoleta, perché la salute verrà portata all’interno dei servizi tecnologici. Inevitabilmente la salute diventerà dipendente da questi servizi tecnologici pervasivi e quindi la salute diventerà pervasiva come i device che lo supportano, ma la conseguenza sarà che nel momento in cui la nostra vita diventa dipendente da questi device, e questi device sono dipendenti da cose che li alimentano, perché si tratta sempre di macchine, la domanda da porsi è se è giusto far dipendere la nostra salute dall’approvvigionamento energetico o elettrico? Cosa succede se un giorno dimentico il mio cellulare dove ho tutti i dati relativi alla pressione?
Sono questioni che emergono insieme alle potenzialità, e maggiori sono le potenzialità più grandi sono i rischi per la salute. In caso di smarrimento o di furto, chi ha in mano l’i-phone non ha in mano soltanto la mia rubrica telefonica, fatto già spiacevole, ma ha in mano i miei dati medici, la mia copia digitale, e quindi dobbiamo porci questo tipo di domande che sono altrettanto importanti rispetto all’efficacia di questi potenziali servizi. Probabilmente devono essere sviluppati in altri ambiti delle normative, delle regolamentazioni che riescano a coprire queste potenziali situazioni.
Quindi, riteniamo la tecnologia positiva come un trend emergente che ha delle opportunità, anche dei rischi, ma anche prospettive di business molto interessanti. Pensiamo ad esempio al mercato del self improvement: in America è un mercato che vale 15 – 20 miliardi di dollari, si parla di consigli sul benessere, libri di autoaiuto, consigli su come combattere lo stress, migliorare la dieta ecc.; se trasferissimo tutto questo mercato, che da sempre è enorme, e il mercato del wellness in un ambito tecnologico avremmo un business che può crescere esponenzialmente.
La tecnologia che migliora il nostro benessere è l’altra faccia della medaglia della tecnologia che ci provoca il malessere, ed è inevitabile che quest’altra faccia della medaglia si svilupperà in modo altrettanto esponenziale di come si sviluppa la nostra esposizione agli effetti negativi della tecnologia.
La domanda è quali sono le professioni, le discipline, le competenze, i saperi che si devono innestare in questa visione della tecnologia positiva affinché sia sostenibile e generi dei servizi e delle applicazioni che creano impatto positivo non soltanto sugli individui ma anche sull’economia e sulla società in senso lato.
Come può un player come Telecom Italia beneficiare di queste opportunità, come può leggere all’interno di queste opportunità delle nuove nicchie per servizi a valore aggiunto? Sono domande che riguardano la ricerca per quanto concerne i contenuti, i provider per quanto riguarda le tecnologie abilitanti, ma poi anche i modelli di business per quanto riguarda la sostenibilità dei servizi. A mio avviso c’è un altro piano di lettura che riguarda l’implementazione di questa visione, che ha bisogno del coinvolgimento di stakeholder che non siano solo ricercatori o utenti finali, terapisti ed utenti, ma tutte le organizzazioni che ruotano attorno a questo concetto. Questa è una riflessione aperta su cui sarebbe importante attivare un confronto.
Ad esempio so che Telecom sta facendo delle attività molto avanzate nell’ambito e-health, c’è proprio una business unit che si occupa di questo, c’è sicuramente un interesse verticale su questi argomenti, però lì si parla di progetti ed applicazioni più che di visioni… le applicazioni servono però occorre avere un modello più astratto per inserire queste applicazioni in un ecosistema che abbia anche le sue competenze, le sue tecnologie abilitanti, i suoi modelli di business, la sua comunicazione, il suo marketing… sono tante le questioni da porre.
Prendiamo l’esempio di Lively, un network di sensori, dietro il quale c’è una tecnologia innovativa, un servizio che risponde ad un bisogno ben letto, c’è un modello di business che è basato su licensing mensile, a mio avviso intelligente perché tutto il pacchetto è offerto a 19$ al mese, c’è il concorso degli stakeholder, degli anziani, dei takegivers e i medici che monitorano questo servizio all’esterno… è un esempio di best practise, che sicuramente può essere interessante da seguire. Quindi l’idea potrebbe essere quella di organizzare un evento mettendo insieme tutte queste best practice e capire qual è il denominatore comune, ad esempio organizzare più momenti di riflessione per capire quali sono gli impatti etici derivanti dall’uso di tali tecnologie… bisogna cioè creare una piattaforma di discussione e ricerca che includa come in un mosaico tutti questi elementi. Cloudpeople da questo punto di vista ha un potenziale, perché è una comunità in cui questi interlocutori sono presenti, e questo è un tema abbastanza trasversale per creare e stimolare una riflessione multidisciplinare.